Riforme o parole
Le riforme sono diventate un luogo comune della politica da svariati decenni. Di riforme parlavano De Mita e Craxi. Oggi Veltroni e Fini ripetono gli stessi discorsi. Le riforme sono una retorica che ha formato un peso così opprimente da soffocare sia la prima che la seconda repubblica. Davanti all’ennesima implosione di un governo va di nuovo in scena l’emergenza riforme. Si parla di un governo tecnico-istituzionale che pretende di fare in pochi mesi ciò che non è mai stato fatto in interi decenni – ovviamente con successo – e senza un governo benedetto dal voto degli elettori, ma composto da una mischia di politici, tecnici ed esponenti istituzionali. Ma la realtà è diversa dalle parole. Appena nata dalle urne, una maggioranza, sia di centrosinistra che di centrodestra, è segnata da acute divisioni interne che si porterà fin nella tomba. Prodi docet. Figurarsi una maggioranza di post-comunisti, neo-centristi, liberali, socialisti, più professori di differenti orientamenti culturali, e più una pattuglia di rappresentanti delle istituzioni. La somma finale di questa allegra compagnia è lo stesso risultato che continua a venire fuori: l’impotenza. Le riforme sono interventi complessi ed estesi che scatenano forti conflitti sociali e politici. Non si fanno con un colpo di spugna. Servono leader aggressivi e maggioranze compatte e motivate. L’opposto del governo tecnico, che si rivela un altro espediente per continuare a parlare di riforme senza farle.



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