Le lancette ferme

(di Gabriele Cazzulini)
Finisce il governo Prodi, finisce un altro governo, come finivano tanti altri. Il tempo si è come pietrificato nella stanze del potere. La morte dei governi italiani è come quella di Abele: all’origine c’è sempre un fratricidio. Il peccato originale dell’8 settembre è diventato una mutazione genetica dell’uomo politico che diventa succube dell’istinto del tradimento. I governi non cadono perché sentono crollare sotto i piedi il terreno del consenso popolare. Cadono perché basta un manipolo di traditori col pugnale in mano ma senza nessun appello al senso di giustizia o ad una qualche sfilacciata moralità. E’ questione di potere, di interessi in collisione, di lotte interne per spartirsi un bottino divorato con famelica brama. Siamo sempre qui, con gli abiti sudati per l’autunno caldo, l’incertezza di chi non vede l’uscita dall’eterna transizione, coi nervi contratti ad ogni colpo di pistola per strada e i pugni in tasca quando la protesta è stanca delle parole. E’ l’Italia sotto naftalina, la cartolina del Belpaese appesa nel museo di storia antica. Fuori, nel mondo, gli orologi camminano.

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